«Il tessuto è sano, sapremo reagire alla crisi»

di Simone Arminio

Ferrari, presidente di Confindustria Emilia Romagna: «Con il Recovery Plan e il Patto per il lavoro puntiamo a una ripresa duratura»

«L’anno appena concluso in parte è da dimenticare, perché pesantemente condizionato dalla pandemia. Ma occorre fare delle distinzioni, comparto per comparto, per capire quali sono le priorità e stilare una programmazione che risponda alle sfide che ci attendono, per ripartire concretamente».

Pietro Ferrari, presidente di Confindustria Emilia-Romagna, il 2020 è stato un anno orribile, lo abbiamo detto e sentito spesso. Ma concretamente in che condizioni lascia l’economia regionale?
«Gli effetti della pandemia sull’economia sono stati pesanti e sono evidenti, al di là dei dati.
In generale l’Emilia-Romagna ha saputo reagire meglio delle aspettative, grazie alla tenuta della manifattura e delle principali filiere produttive. Ora dobbiamo guardare con fiducia al futuro, come siamo abituati in questa regione che, con la voglia di fare e la creatività è stata capace di rilanciarsi e reinventarsi in molte occasioni».

Quali settori saranno osservati speciali?
«Quelli più colpiti sono certamente il turismo e tutto ciò che gli ruota attorno: viaggi, ristorazione, fiere, congressi».

Come stanno le grandi imprese?
«Le nostre grandi imprese hanno i fondamentali solidi, sono internazionalizzate e rappresentano un potente traino per le piccole e medie aziende. Non so se
ci saranno nuove crisi aziendali, mi auguro di no, ma se si saranno
immagino che siano casi isolati e in cui il Covid sia stato solo la causa scatenante».

Farmaceutico e biomedicale sono stati cruciali: come sostenere la loro crescita?
«In regione abbiamo vere punte d’eccellenza in questi settori, che sono fondamentali e vanno sostenuti, con strumenti trasversali che favoriscano la crescita e gli investimenti dell’intera manifattura».

Torneremo nelle fiere? E torneranno uguali quei settori che hanno tradizionalmente a che fare con le masse?
«Se la campagna vaccinale proseguirà con successo sono confidente che nella seconda metà del 2021 torneremo a frequentare fiere e congressi, eccezionale volàno per le imprese e per il territorio in generale. Credo però che sia inevitabile che questi comparti sviluppino sempre più l’interazione con le piattaforme digitali, che accompagneranno le manifestazioni in presenza anche
in un’ottica di internazionalizzazione».

L’occupazione ha tenuto solo per il blocco dei licenziamenti, dicono i sindacati. Stiamo solo spostando il problema?
«Gli ammortizzatori sociali sono stati preziosi in questa fase, ma non si può pensare che durino all’infinito. Dovremo pensare ad una grande riconversione di
competenze dei lavoratori che usciranno dalle aziende, perché in altri comparti ci sono imprese alla ricerca di personale».

Come giudica la gestione economica della crisi da parte del governo?
«Il Governo nella prima fase emergenziale ha operato con buona efficacia. Purtroppo mi pare che nei mesi di minor impatto del virus sia mancata la
programmazione necessaria a ridurre l’impatto della prevista ripresa della pandemia. L’attuale incertezza della fase politica non aiuta a prendere delle decisioni complesse».

Il 2021 sarà l’anno del Recovery Plan. Che cosa non sbagliare?
«Le risorse messe in campo sono tante, è un’occasione unica di rilancio del Paese. Dobbiamo lavorare insieme, secondo le linee guida della Commissione
europea, per definire un piano che consenta di uscire dalla situazione attuale ma soprattutto di gettare le fondamenta per una crescita duratura, con riforme
strutturali e investimenti strategici. È importante anche dare spazio alla dimensione territoriale sia nella programmazione – penso al coordinamento
con i Fondi strutturali – sia quando gli interventi saranno messi concretamente in opera».

Basterà a evitare una nuova crisi come quella del 2008?
«Spero proprio di sì, anche perché non dimentichiamoci che la crisi attuale è dovuta alla pandemia mondiale, quindi è esogena all’economia».

Quali sono le priorità di Confindustria Emilia-Romagna per il 2021?
«A fine dicembre abbiamo sottoscritto con la Regione il Patto per il Lavoro e il Clima: questa la rotta da seguire. Ora bisogna aprire concretamente una stagione di investimenti pubblici da troppo tempo sostanzialmente inesistenti e favorire gli investimenti privati che in questi ultimi anni non sono mai mancati da parte delle aziende. A livello nazionale, poi, dobbiamo avviare il dibattito su riforme fondamentali per diventare un Paese moderno ed europeo: penso alla scuola, al fisco, alla sanità, alla giustizia, all’amministrazione
pubblica».

Ogni crisi nasconde un’opportunità. Quali saranno le nostre?
«La pandemia ha mostrato le nostre debolezze e ci ha reso più consapevoli dell’importanza di investire sul futuro per puntare ad una società più prospera, equa e sostenibile».

Industria

Le difficoltà del futuro

«Le imprese stanno bene, se ci saranno crisi il Covid non sarà l’unica ragione»

Le opportunità

«Dovremo puntare ad una società più prospera, equa e sostenibile»

«Ora l’obiettivo sarà recuperare terreno»

di Francesco Moroni

Confindustria Marche, il presidente Schiavoni: ripartiamo dal sistema produttivo del manifatturiero e dai servizi legati alle produzioni

«Mai come nell’anno passato la nostra regione si è trovata in una situazione congiunturale di profonda difficoltà. Una crisi
che viene da lontano: già nel 2019 il livello del Pil delle Marche risultava ancora inferiore di circa 7 punti rispetto al 2007 e il valore delle esportazioni delle Marche inferiore di tre punti percentuali rispetto al 2007». Claudio Schiavoni, al volante di Confindustria Marche, traccia un bilancio dell’anno appena passato e guarda al 2021 analizzando il quadro generale nelle Marche.

Presidente, quali sono stati gli ultimi sviluppi?
«All’inizio del 2020 eravamo avviati su una strada di riassetto del sistema produttivo, che però è stata bruscamente interrotta dall’ulteriore, drammatico shock, legato all’esplosione della pandemia che ha influito su tutti i settori di specializzazione. Ci sono settori che hanno sofferto più di altri».

Quali?
«Penso alla moda e in particolare alle calzature, che stanno attraversando una crisi senza precedenti. Le Marche rappresentano un terzo della produzione nazionale di calzature con una propensione all’export superiore
all’80%: se non saranno pronti gli strumenti necessari per avviare nuovi percorsi di crescita si assisterà alla disgregazione di una realtà che rappresenta il fiore all’occhiello del Made in Italy. Ma non solo».

Che altro?
«Penso anche a tutta la filiera collegata al settore della ristorazione: le aziende di trasformazione dei prodotti, di distribuzione, di trasporto, di intermediari alla vendita, tutte attività che non rientrano nei provvedimenti di sostegno emanati e che continuano a subire ingentissime perdite economiche. E ‘last but not least’ il turismo, messo letteralmente in ginocchio con perdite che arrivano anche al 90/95% del fatturato nel solo 2020».

L’economia soffre.
«Una situazione drammatica: nel complesso un calo del 17,1% della produzione industriale nei primi nove mesi del 2020 rispetto all’anno precedente (dati Csc
Conf Marche, ndr) e il 45% delle imprese che ha visto dimezzato il proprio fatturato (dati Istat, ndr)».

Le Marche come affrontano tutto questo?
«La nostra regione non può permettersi di perdere la vivacità e l’innovatività della componente più importante dello sviluppo del sistema economico regionale, quella che ha garantito nei decenni crescita e ricchezza all’intero tessuto economico, ossia il sistema produttivo manifatturiero e dei servizi legati alle produzioni. E qui mi permetto una punta di orgoglio come rappresentante degli industriali del territorio: il nostro sistema produttivo sta soffrendo, questo è innegabile, ma gli imprenditori si sono rimboccati le maniche e hanno dimostrato una grande capacità di reazione e resilienza, sia verso i collaboratori sia verso il mercato».

Ora cosa occorre?
«Adesso è il momento di guardare avanti: ci aspetta un altro anno difficile, in cui il nostro obiettivo primario sarà quello di recuperare il terreno perso negli ultimi anni e aggravato dalla pandemia».

Come fare?
«Nessuno ha la ricetta, ma una cosa è certa: sarà sempre più necessaria una costante e concreta sinergia con tutti gli stakeholder del territorio che hanno, come noi, l’obiettivo della ripresa e lo sviluppo del sistema produttivo
delle Marche: istituzioni pubbliche, banche, aziende, associazioni di categoria, mondo del credito e della scuola/Università. Dobbiamo iniziare a ragionare sempre più in logica di filiera: noi imprenditori lo stiamo già facendo, ma abbiamo bisogno del supporto di tutti».

Cosa manca assolutamente?
«I gap da colmare sono tanti, a partire da quello infrastrutturale, sia hard che soft. Siamo un territorio marginalizzato dal punto di vista dei collegamenti stradali e autostradali, con un aeroporto che langue, un porto,
quello di Ancona, che da 20 anni aspetta un collegamento efficace, solo per citare le questioni più macroscopiche. E siamo ancora scoperti sul tema delle
infrastrutture telematiche digitali: persistono ancora troppe zone che non sono coperte dalla banda ultra larga con evidenti ripercussioni sulla competitività delle nostre aziende rispetto ad altri territori».

C’è da lavorare, quindi.
«Dobbiamo intervenire su diversi fronti: sull’internazionalizzazione, da sempre punto di forza del nostro territorio e ora in difficoltà con un calo del 13.2% delle vendite all’estero nei primi nove mesi del 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019 e il numero degli esportatori in costante flessione dal 2012. Sulla digitalizzazione, in una regione dove solo il 26% delle piccole e medie
imprese è pronta; sulla formazione, per valorizzare le competenze e attirare i talenti di cui il nostro tessuto economico ha disperatamente bisogno».

Industria

La prospettiva

«Sarà sempre più importante una sinergia comune che punti alla ripresa»

«Anno orribile, ma si può e si deve ripartire»

di Simone Arminio

Fabio Bezzi, direttore di Cna Emilia Romagna: «Un calo del -13% nei primi 9 mesi del 2020. Ma un 30% dei nostri artigiani spera di crescere»

Fabio Bezzi, direttore di Cna Emilia Romagna, è dura quest’anno
rispondere a una domanda pur semplice: che hanno è stato per i nostri artigiani?

«Il nostro osservatorio, TrendEr, con cui monitoriamo oltre 13mila imprese con meno di 20 dipendenti, ci ha appena presentato le analisi dei dati relative al
terzo trimestre, che non comprendono dunque la cosiddetta seconda ondata del Covid-19. La media fino a quel punto è di un drammatico -13% nei fatturati,
dato che ovviamente ha al suo interno percentuali ben più basse».
Spacchettiamolo.
«Per le nostre imprese artigiane il primo trimestre del 2020 è sembrato come per tutti, perlomeno fino a febbraio, un anno normale. Il lockdown totale intervenuto a marzo è stato in ogni caso così devastante da portare in basso anche quel dato. Il trimestre alla fine si è chiuso con un -7,4%».
Era solo l’inizio.
«Il secondo trimestre in effetti ha segnato un -27,2%, in parte attenuato dal piccolo rimbalzo per fortuna atteso in estate, che ha portato i fatturati del terzo trimestre a un salvifico -3,9%. Purtroppo il dato del quarto trimestre,
con ogni evidenza consegnerà alla percentuale annuale un ulteriore ribasso».
Chi ha sofferto di più?
«Il calo più drastico si è registrato nelle costruzioni, ma seguono con numeri molto preoccupanti anche il tessile in genere, la moda e alcuni settori della
produzione di macchinari che risentono della crisi generale dell’industria produttiva. E non abbiamo ancora citato la produzione del legno, il turismo, la ristorazione…».
Numeri che per il momento non si traducono in una perdita di occupazione.
«Il dato però, come sa, è drogato dal blocco dei licenziamenti per decreto, in atto ormai da quasi un anno, e da una cassa integrazione che ha raggiunto livelli record. La paura di tutti è capire cosa succederà quando mancheranno questi sostegni, se il mercato non sarà ripartito».
Si riscontrano differenze tra città e città, in regione?
«Le differenze corrono prevalentemente sul filo del turismo. Soffrono di più infatti, come era prevedibile, quelle zone come la Riviera o Bologna che dell’apporto turistico beneficiavano molto, e non solo nei settori direttamente interessati come accoglienza e ristorazione. Nel caso di Bologna, se possibile il dato è più preoccupante, perché si trattava di un turismo giovane e sviluppatosi di recente».
Questi dati riguardano in ogni caso solo le aziende più piccole,
con meno di 20 addetti.

«Ambito che comprende comunque il 98% delle imprese complessivamente iscritte alle Camere di commercio. E in ogni caso le realtà più grandi non soffrono meno».
Ci sono i ristori.
«Rappresentano la prima richiesta dei nostri iscritti, secondo una recente indagine. La seconda riguarda la necessità di bypassare la crisi sanitaria per poter ripartire. La terza torna sui ristori, ma per chiedere equità e un cambio di passo nella loro assegnazione».
Tema finora molto dibattuto.
«Era naturale, vede, che i primi ristori venissero assegnati anche in modo indiscriminato. Ma ora siamo arrivati al quinto decreto ristori. E Cna già da maggio chiede che le distribuzioni effettuate sulla base dei sol codici Ateco vengano superate una volta per tutte».
Cosa cambiare?
«Occorre ragionare per filiera, e per fatturato, come finalmente si inizia a fare nell’ultimo decreto. Senza più limitarsi a conteggiare le categorie definite dai vari Dpcm, ma contestualizzando i settori maggiormente colpiti dalla pandemia, ragionando per comparti, a partire da quelli maggiormente colpiti come la moda e il turismo».
Torniamo ai vostri iscritti. Nessuno vede il bicchiere mezzo pieno?
«Le storie positive e le buone attese ci sono, sebbene in misura inferiore agli anni precedenti. Oggi il 30% ritiene di crescere nel 2021 e questo dato, visto
con gli occhi della pandemia, mi sembra molto positivo. Un 27%, dall’altro lato, ha paura che il 2021 vedrà la chiusura della propria attività. In mezzo a
questi due estremi ci sono i tanti timori e le speranze degli artigiani.»
Chi è più ottimista?
«Il settore dell’edilizia ha molta fiducia nel futuro. Un po’ perché
il calo finora è stato troppo drastico, un po’ perché i superbonus
sono considerati un’ottima spinta propulsiva».
Ai più pessimisti cosa dice?
«È essenziale che non si sentano abbandonati, ed è per questo che, come Cna, stiamo dedicando da mesi tutte le energie a parlare con i nostri artigiani e a supportarli nelle difficoltà quotidiane e nelle opportunità da cogliere».

Artigianato

Il turismo

«Ha spinto in basso i dati delle province romagnole, ma anche la città di Bologna»

Equi ristori

«È la principale voce che arriva dagli artigiani, stanchi di aiuti a pioggia»

«Ricreare fiducia per tornare alla normalità»

di Francesco Moroni

Cna Marche, il presidente Gregorini: bar e ristoranti tra le attività più penalizzate dalla pandemia, ma il manifatturiero preoccupa di più

«L’anno appena concluso in parte è da dimenticare, perché pesantemente condizionato dalla pandemia. Ma occorre fare delle distinzioni, comparto per comparto, per capire quali sono le priorità e stilare una programmazione che risponda alle sfide che ci attendono, per ripartire concretamente».
Otello Gregorini, segretario di Cna Marche, guarda al 2020 e all’anno appena
iniziato con determinazione, operando un’analisi che riprende in mano le pesanti difficoltà vissute da tanti imprenditori e aziende, ma con la fiducia che, attraverso una linea attenta e chiara, si possa tornare alla normalità.

Gregorini, ci sono comparti che hanno pagato e stanno ancora pagando più di altri?
«Sì, assolutamente. Se vogliamo provare a dire chi ha avuto una sorte migliore, ovvero su quali settori la pandemia si sia abbattuta con meno violenza, ce ne sono almeno due o tre: sicuramente il comparto dell’edilizia, per arrivare fino a quello dell’arredamento per la casa e, in parte, quello del trasporto merci. Questi settori sono gli unici che, in qualche modo, hanno subìto conseguenze meno pesanti. Tutti gli altri settori hanno avuto problemi importanti e significativi, con cali del 20 o 30 percento, fino a punte che raggiungono il 50-60 percento».
Come si è fatto fronte a tutto questo?
«Moratorie, sospensioni dei pagamenti e scelte da noi richieste hanno fatto sì che in una certa maniera il rischio di chiusura per le aziende sia stato più contenuto di quello che si poteva immaginare».
Come inizia il 2021, dunque?
«Questi dodici mesi partono con una prospettiva secondo me fondamentale, cioè quella del vaccino. Nella sfida che lega a stretto filo salute ed economia, se non si agisce prima per sistemare e salvaguardare l’aspetto sanitario, non saremo in grado di risolvere il resto».
Ci spieghi meglio.
«Il quadro di incertezza e preoccupazione rende tutto difficile ed è impossibile tornare a una graduale normalità con queste condizioni. Per cui, se si accelera con la pianificazione delle vaccinazioni e, con i sacrifici del Dpcm, si riesce a piegare la curva dei contagi, si può tornare a sperare che in un paio di mesi la strada per un ritorno a una graduale normalità non sarà più così lontana. Credo sia la precondizione principale per rendere questo anno diverso dal 2020 drammatico da cui siamo appena usciti».
Poi?
«Con l’attivazione di ingenti somme che devono arrivare nella seconda parte dell’anno, può essere ricreato un clima di fiducia nei cittadini che favorisca la ripartenza».
Cosa significa ripartire, secondo Cna?
«I settori che dicevo prima non hanno avuto grandissimi problemi, quindi possono andare tranquillamente avanti. Penso ad esempio al ‘Super bonus’, alla ricostruzione post sisma nelle Marche che, con gli ultimi provvedimenti,
ha avuto una forte accelerazione».
E per i comparti più colpiti?
«I più penalizzati sono stati bar, ristoranti, l’intero settore della ricettività, ma penso anche che sono quelli che necessiteranno di meno tempo per tornare alla normalità. Il tema più delicato sarà mettere in campo per le imprese, nel momento in cui si tornerà vicini alla normalità, un minimo di flessibilità, per ricreare il fatturato e rimettere in fila tutti i pagamenti. Onestamente sono meno preoccupato quando penso a mondo del ‘Food’ e annessi,
perché possono rimettersi in sella più rapidamente».
Chi avrà più difficoltà?
«Penso al comparto manifatturiero, alla moda, dove se salta un campionario di due mesi, salta tutta la stagione. In questi due casi l’impatto è stato più
complesso, quindi servirà più tempo. Mi chiedo: il mercato estero ci sarà? Con quali competitori?
Serve grande attenzione, altrimenti è proprio in questo passaggio graduale di ritorno alla normalità che si rischia di vedere chiudere tante imprese che fino ad ora hanno retto, seppur a fatica».
Riepilogando, serve prima agire sull’aspetto della salute per rimettere in sesto l’economia.
«Esatto. Avanti con le vaccinazioni, rigeneriamo fiducia e gradualmente torniamo alla normalità.
Da qui ad aprile-maggio si può raggiungere il primo obiettivo.
Se così fosse, dall’estate in avanti si potrebbe ottenere un certo rimbalzo per l’economia: i conti in banca sono aumentati e la disponibilità per tornare a
spendere c’è, così come non manca la volontà. Sul mercato interno, non la vedo complicatissima.
Persistono problemi sul mercato estero e soprattutto sul manifatturiero: ci vogliono un’azione forte verso il ‘Made in Italy’ e un’intesa organica da
parte di Regioni e sistema-Paese».

Artigianato

Analisi

Edilizia, arredamento per la casa e trasporto merci sono i settori meno colpiti dalla pandemia causata dal Covid-19

Il mondo del food: pesano le chiusure

Secondo l’analisi della Cna regionale delle Marche è vero che bar e ristoranti sono stati tra le attività più penalizzate dal lockdown, ma è anche vero che – con aiuti e flessibilità – riuscirà a mettersi in sella più velocemente con un graduale ritorno alla normalità

Altro che sfilate

Nel comparto manifatturiero, nella moda, se salta un campionario di due mesi, salta tutta la stagione. In questi due casi l’impatto è stato più complesso, quindi servirà più tempo a detta di Otello Gregorini, segretario regionale della Cna. Si rischia di vedere chiudere tante imprese che fino ad ora hanno resistito

«Recovery Plan, occasione per girare pagina»

di Giuseppe Catapano

Confartigianato Imprese, il presidente nazionale Granelli: bisogna creare un contesto favorevole e aiutare le attività a ripartire

Marco Granelli, neopresidente nazionale di Confartigianato Imprese, il 2020 è stato l’anno più difficile della storia recente per il vostro settore in regione?
«Purtroppo gli effetti della pandemia sulle imprese si stanno rivelando senza precedenti. Secondo il nostro ufficio studi, la recrudescenza autunnale del contagio e la diffusione dell’epidemia a livello mondiale stanno provocando uno scenario che fa prevedere per l’Emilia Romagna una perdita di Pil di 2,3 miliardi di euro nel 2020 e di ulteriori 6,5 miliardi nel 2021. In pratica, si tratta di una minore crescita pari a 9 miliardi di euro che equivale a quasi 2mila euro in meno per abitante. Nel primo semestre 2020 l’export di nove settori manifatturieri a maggior concentrazione di micro e piccole imprese è calato del 12,2%».
Quali comparti hanno sofferto di più e quali hanno tenuto meglio?
«L’impatto più forte c’è stato per le imprese della moda e dei mobili, insieme ai comparti legati al turismo, alla ristorazione, agli eventi, in cui operano numerose imprese artigiane, dai fotografi al trasporto di persone. Tengono, invece, il settore alimentare, le costruzioni, il medicale, il digitale e il commercio elettronico».
Ritiene che le conseguenze più gravi si possano scontare nel 2021 con chiusure di aziende e perdita di posti di lavoro?
«Abbiamo calcolato che, a livello nazionale, il 32% delle micro e piccole imprese correrà forti rischi a causa della pandemia. Soltanto in Emilia Romagna, tra marzo e ottobre 2020, abbiamo assistito a un crollo del 25,8% della nascita di imprese artigiane rispetto allo stesso periodo del 2019. Al secondo trimestre 2020, nella regione si sono persi 68 mila posti di lavoro».
L’operato del governo, i ristori e l’attenzione al settore che lei rappresenta: ritiene sufficiente ciò che è stato fatto?
«Al governo riconosciamo lo sforzo di aver sostenuto le imprese in questa crisi. Tuttavia c’è un aspetto fondamentale da considerare: anche prima della pandemia, fare impresa in Italia non è mai stato facile. È su questo che bisogna intervenire. L’occasione c’è con il Recovery Plan: bisogna voltare pagina e creare finalmente le condizioni di contesto favorevoli all’attività imprenditoriale. Significa meno fisco, meno burocrazia, più credito e infrastrutture materiali e immateriali, maggiori investimenti in formazione e innovazione digitale».
La crisi innescata dalla pandemia e quella del 2008/2009: quale, dal suo punto di vista, ha avuto l’impatto più pesante sull’artigianato?
«Gli effetti della pandemia sono più gravi rispetto a quelli del 2008, anche perché condizionati da un’emergenza sanitaria di cui al momento non si possono prevedere con certezza i tempi di soluzione».
Il 2021 sarà un anno ancora condizionato dalla pandemia. Ma come può ripartire l’artigianato emiliano-romagnolo?
«Dovrà fare leva sulle sue caratteristiche tipiche: creatività, flessibilità, capacità di adattamento e di innovazione, qualità made in Italy di prodotti e servizi. Faccio un esempio proprio in tema di innovazione digitale: in Emilia Romagna, la quota di imprese digitali che a settembre dichiara di aver recuperato livelli di attività pre-crisi si attesta al 57%».
Quest’anno lascerà la guida di Confartigianato Emilia Romagna per dedicarsi alla presidenza nazionale: che bilancio fa del mandato che sta per concludersi?
«Abbiamo intensificato la coesione associativa territoriale di Confartigianato e abbiamo rafforzato il confronto e la collaborazione con le istituzioni. Ciò ha consentito di offrire risposte e sostegno efficaci alle nostre imprese. Il più recente esempio di questa prassi è rappresentato dalla nostra partecipazione al nuovo Patto per il lavoro e per il clima che abbiamo firmato a dicembre con la Regione e le altre parti sociali e che punta su rilancio e sviluppo fondati su sostenibilità ambientale, economica e sociale».
Da presidente nazionale, quali obiettivi si è posto?
«Le parole d’ordine di Confartigianato per superare questa fase così difficile devono essere fiducia, orgoglio, responsabilità e coesione. Fiducia nelle capacità e nei valori delle nostre imprese. Orgoglio di rappresentarle e di essere sempre al loro fianco. Responsabilità nello svolgere questo nostro ruolo nei confronti delle istituzioni, degli altri attori economici e sociali. Coesione del sistema Confartigianato per far sentire forte e chiara la nostra voce e far pesare il ruolo dell’artigianato e delle piccole imprese nel Paese».

Artigianato

La tenuta post Covid

I contraccolpi: «A livello nazionale correrà forti rischi il 32% delle imprese»

Le strategie

Il nuovo anno: «Fare leva su creatività, flessibilità e innovazione»

«La nostra economia ha vere potenzialità»

di Francesco Moroni

Confartigianato Marche, il segretario Cippitelli: la scorsa estate ci sono stati segnali importanti, bisogna puntare sulle eccellenze

«Il 2020, lo sappiamo, è stato gravemente condizionato in negativo da fine febbraio con l’arrivo della pandemia. I dati, che ancora non sono completi, parlano in ogni caso di cadute dal 25 al 50% a seconda dei settori».
Giorgio Cippitelli, segretario generale di Confartigianato Marche, racconta il quadro della situazione per le imprese a cavallo tra l’anno di arrivo del Covid e il 2021 appena iniziato con sguardo critico, ma anche con una consapevolezza: «L’economia tra luglio e settembre ha avuto un rilancio in controtendenza, un dato che ha stupito gli osservatori rivelandosi tra i migliori del mondo».

Segretario, cosa significa questo?
«Vuol dire che se fossimo un Paese dalle prestazioni eccellenti, penso magari alla Germania, o uno che non tende a complicarsi la vita, potremmo fare bene. Lo scorso anno il virus ha mostrato quanto sia permeata la globalizzazione, ora ancora più evidente: non ci sono frontiere per i contagi, e purtroppo manca anche una risposta comune a livello internazionale».
Serve far presto, dunque, per trovare una risposta.
«Qua si tratta di essere realisti: la scienza medica ha trovato 3 o 4 vaccini per chi l’ha contratto. Non bisogna far presto, ma prestissimo, altrimenti si rischia di avere strascichi ancora per molto tempo e non possiamo permettercelo».
Quale strada va seguita?
«Non ci sono certezze, ma due cose sono chiare: in primis la salute globale va tutelata in maniera assoluta, poi bisogna salvaguardare l’economia. Se siamo arrivati al quarto decreto Ristori, significa che qualcuno ha sbagliato».
Che tipo di errori?
«Da una parte non c’è la capacità tecnica adeguata, dall’altro manca una visione in prospettiva. In realtà i provvedimenti non vengono praticamente né discussi né esaminati e spesso si incorre in contenuti inapplicabili o impensabili per tempistiche. Qua il problema è straordinario e non può richiedere una risposta ordinaria».
Che intendo nello specifico?
«È come se una casa sia stata sconquassata dal sisma e una famiglia continui a preoccuparsi solo di andare in palestra o al cinema. Cambiano le priorità, le prospettive, che diventano tutelare per prima cosa la propria vita e continuare nella misura in cui è possibile, riparando le parti lesionate».
Qualche esempio?
«L’Europa in questo senso strada l’ha fatta, in Italia non ci siamo. Nonostante possiamo contare su tante eccellenze. Abbiamo a portata di mano la transizione digitale, un grande know how, la nostra manifattura che resta seconda in tutto il continente. E non da ultimo una capacità imprenditoriale, dal food alla cultura, fino alle bellezze del territorio, caratteristiche che fanno del Made in Italy una chiave vincente. Dobbiamo essere in grado di accompagnare le nostre attività e farle spiccare all’estero».
Cosa manca?
«Una consapevolezza complessiva per l’innalzamento del livello di qualità e rigore morale. ‘Non mos non ius’, diceva Tacito, cioè
«non è utile la legge se non ci sono etica e tradizione morale. Manca un ragionamento sui giovani, assistiamo a speculazioni politiche. La nostra economia può ancora fare tantissimo e abbiamo tutte le possibilità: dalle bio-tecnologie al ‘Green’».
Bisogna ricreare uno spirito e un progetto per capire dove vuole andare il Paese?
«Penso sia sbagliato bloccare l’economia a causa dell’emergenza, e poi quando si comincia a fare strada sui vaccini non consentiamo ai medici di base, il telaio di questo Paese, di somministrarli. Il 2020 dovrebbe averci insegnato che può arrivare una meteora e distruggerci, ma se si riesce a resistere bene in alcune circostanze e male in altre, con profondi ragionamenti è possibile rispondere alla crisi».
A quali altre trasformazioni assistiamo?
«In Italia sono state enormi negli ultimi decenni, basti pensare alle banche di credito ancora intorno all’85-86%, mentre nei Paesi europei viaggiano al 56%. Ora attraversiamo un nuovo processo di fusione: sia nelle Marche sia in Italia cambiano le politiche di credito, le azioni sempre più stringenti, si apre una diaspora su come aiutare qle imprese in difficoltà. Le regole internazionali sono legate a un mondo che purtroppo c’è sempre meno».

Artigianato

Priorità

La tutela della salute va salvaguardata in maniera assoluta e di pari passo bisogna aiutare e proteggere la nostra economia

Capacità imprenditoriale

Le Marche possono contare su capacità imprenditoriale, dal food alla cultura, fino alle bellezze del territorio, caratteristiche vincenti del Made in Italy. Per Confartigianato è necessario accompagnare le attività e farle spiccare all’estero

Sostegno alle imprese

Confartigianato vuole essere un collante, in modo da accompagnare le imprese nei processi di re-engineering, con attività di tutoraggio: altrimenti mancherà l’ossigeno per ripartire.

«Ora riforme strutturali e regole certe»

di Giuseppe Catapano

Confcommercio Emilia Romagna, il presidente Postacchini: le attività devono andare avanti e sono pronte ad aggiornare i protocolli

Enrico Postacchini, presidente di Confcommercio Emilia Romagna, il terziario sconta ancora in maniera pesante gli effetti della crisi. Quali auspici per il 2021?

«Resistere alla crisi è il primo obiettivo degli operatori. Dovremo convivere con il virus, l’incertezza di queste settimane di certo non aiuta. L’auspicio è che si esca dalla navigazione a vista, perché servono riforme strutturali e regole certe».

Le vicende degli ultimi giorni, anche sul versante politico, non sembrano promettere bene.

«Nei mesi scorsi abbiamo chiesto a gran voce ristori per permettere alle imprese di sopravvivere. Ma gli indennizzi, laddove arrivati, corrispondono solo a qualche giornata di incasso per un’attività medio-piccola. Adesso la richiesta è un’altra: si dica come lavorare in sicurezza, se occorre aggiornare i protocolli siamo a disposizione per farlo. Non deve essere più in discussione se i nostri negozi possono o no stare aperti: proprio perché anche quest’anno convivremo con il virus, stabiliamo le regole per consentire alle attività di andare avanti».

Il sistema dei colori che disciplina anche aperture e chiusure può costituire un problema?

«Un imprenditore viene a sapere il venerdì se potrà lavorare il lunedì successivo. Chi vende beni durevoli, per i quali ci si approvvigiona mesi prima, va in difficoltà. Figuriamoci coloro che propongono prodotti freschi, a partire dalla ristorazione ».

Che è uno dei comparti più penalizzati. Nei giorni scorsi alcuni ristoratori hanno tenuto i locali aperti in segno di protesta contro le ulteriori limitazioni imposte dal governo. Cosa pensa di questo comportamento?

«Confcommercio è sempre stata per il rispetto delle regole: noi ci battiamo perché ci siano quelle giuste. È quello per cui abbiamo combattuto durante il lockdown, ora bisogna fare lo stesso. Discutiamo sulle condizioni per andare avanti, si lavora in diversi comparti e non vedo perché il nostro, con rischi minori, debba essere limitato o bloccato. Non si può tenere il Paese fermo».

C’è il timore che la crisi faccia sparire altre imprese, dopo quelle che non ce l’hanno fatta nel 2020?

«Non è un’ipotesi inverosimile. Se non ci sono una sufficiente dotazione patrimoniale, una disponibilità da parte dell’imprenditore oppure la possibilità di accedere al credito, qualsiasi azienda va in difficoltà lavorando a intermittenza. Perché è così le attività del commercio hanno vissuto gli ultimi mesi».

Vuol dire che i più piccoli rischiano di pagare il prezzo più alto?

«Per questa categoria sono fondamentali i flussi di cassa. Ma non dimentichiamo che l’Italia è costituita per lo più da piccole realtà, vuol dire che si sta minando la sopravvivenza di quella che è la base. È un mondo intorno al quale gravitano tantissime persone».

L’Emilia Romagna ha già perso, nei primi nove mesi del 2020, oltre 10mila imprese del commercio non alimentare e dei servizi di mercato a causa della pandemia e del crollo dei consumi.

«Un numero significativo, va poi considerato che è negativo (di circa 4mila unità, ndr) il saldo tra cessazioni e nuove aperture. Ribadisco che queste proiezioni erano già visibili in primavera e che per ogni impresa che se ne va spariscono posti di lavoro, una ricchezza per il territorio e anche gettito per lo Stato».

Come testimonia un’indagine dell’ufficio studi di Confcommercio, tra i settori più colpiti ci sono abbigliamento e calzature, ambulanti e distributori di carburante. Nei servizi di mercato si registrano cospicue perdite nel comparto dei bar e ristoranti.

«I comparti legati alle chiusure previste dai Dpcm sono andati più in difficoltà. Nel commercio registriamo anche in Emilia Romagna un notevole calo per i beni durevoli».

La pandemia ha messo a dura prova anche il turismo. Ci sono spiragli per il 2021?

«Lo scenario è drammatico, in quello che è un comparto trainante anche nella nostra regione. Non ci facciamo illusioni: perché il turismo riparta davvero è necessario che in tutto il mondo, dal punto di vista sanitario, ci sia una situazione migliore di quella attuale».

In Emilia Romagna sono in partenza i saldi. Per il commercio è un’occasione dopo mesi bui?

«Vediamo, c’è bisogno che riparta la domanda. È positivo che qui si sia scelto di posticipare l’avvio al 30 gennaio. Abbiamo bisogno di allungare il più possibile la stagione invernale».

Commercio

L’appello

La tutela della salute va salvaguardata in maniera assoluta e di pari passo bisogna aiutare e proteggere la nostra economia

L’avvertimento

«L’Italia è fatta di piccole realtà commerciali, si rischia di minare le basi»

«Subito provvedimenti concreti ed efficaci»

di Francesco Moroni

Confcommercio Marche Centrali, il direttore Polacco: se si vuole salvare il Terziario, va dato slancio al tessuto imprenditoriale

«Un anno tremendo, iniziato nella speranza di vedere una ripresa vanificata in poco tempo, quello sufficiente per farci piombare nel pieno di un’emergenza della quale ancora non vediamo la fine».

Non usa giri di parole Massimiliano Polacco, direttore Confcommercio Marche Centrali, nel tracciare un bilancio del complicatissimo anno da poco concluso, mentre guarda al 2021 e al futuro con una prospettiva non lasciata al caso, ma ben precisa.
Direttore, si è chiuso un 2020 difficilissimo per il sistema economico e per l’imprenditoria che rappresentate. Ora cosa occorre?
«Arrivati a questo punto è fondamentale accelerare sul Piano Vaccini, anche perché quello presentato non ci soddisfa. Una vera ripartenza l’avremo soltanto quando il piano sarà a regime e sarà pienamente efficace».
Qual è l’istantanea del vostro settore che il 2020 ci ha consegnato?
«Abbiamo avuto varie indicazioni da questo annus horribilis, ma certamente una delle cose più preoccupanti è legata al deficit di natalità delle imprese del Terziario, mentre ancora non è evidente la mortalità, che prevediamo consistente, anche in conseguenza degli effetti della pandemia. Non voglio però lasciare solo una traccia negativa dell’anno che abbiamo lasciato».
Cosa si può salvare?
«Abbiamo constatato e apprezzato la considerazione delle persone per il piccolo commercio, per gli esercizi di vicinato che, anche grazie a campagne come la nostra #comprosottocasa, sono stati valorizzati e riconosciuti come elementi fondamentali del nostro tessuto socio-economico. Ora però bisogna sostenerli come meritano».
Può tradurre in valori numerici il crollo del 2020?
«Nelle Marche il Terziario ha perso 4 miliardi e 700 milioni di euro e di questi 950 milioni di euro sono le perdite del mondo della ristorazione. Nella nostra regione il Pil è crollato del 12% e abbiamo perso, e questo dato non tiene conto dei possibili licenziamenti al termine degli ammortizzatori sociali, 50mila occupati di cui ben 35mila soltanto nel mondo della ristorazione. Mi sembra che i dati parlino chiaro…».
Vediamo già i pesanti effetti della pandemia sull’economia, ma forse siamo ancora in tempo per contrastarne le conseguenze più violente. Quali sono gli strumenti indispensabili per dare una risposta alle necessità immediate delle Imprese?
«Se si vuole salvare un settore fondamentale per l’economia del nostro Paese, come il Terziario appunto, servono provvedimenti concreti ed efficaci per ridare slancio al tessuto imprenditoriale. I ristori che sono stati erogati non sono stati sufficienti a risollevare le sorti delle nostre imprese, per cui va sicuramente rivisto questo meccanismo che così non funziona. L’altro punto fondamentale è legato alla necessità di una forte iniezione di liquidità: in primis per la sopravvivenza delle aziende e per dare loro la possibilità di generare infrastrutture per la ripartenza».
Come?
«Confcommercio Marche ha predisposto, in sinergia con la Regione Marche e con il proprio Confidi Uni.Co., uno strumento importante di finanziamento che garantisce 10mila euro a tasso zero, un’ottima possibilità per avere una liquidità diretta e veloce. Chiaramente non basta solo questo».
Cos’altro serve?
«È indispensabile anche una moratoria di almeno un anno di tutte le tasse nazionali e territoriali: un sostegno fondamentale per poter sperare in una ripartenza più veloce. Servono strumenti di sostegno, altrimenti è la fine».
La pandemia ha messo in discussione il concetto di impresa tradizionale, aprendo le porte a una ridefinizione che deve fare i conti con le nuove modalità di vendita e con la necessità di una presenza digitale molto più evidente.
«Questo è un dato di fatto e, oltre all’importante lavoro nell’immediato, stiamo studiando nuovi strumenti e nuove soluzioni da mettere al servizio delle nostre imprese associate. Per questo abbiamo costituito la società ‘Edi Marche’».
Nello specifico di che si tratta?
«Un vero e proprio Digital Hub per supportare e accompagnare le imprese nell’articolato e complesso mondo digitale. L’obiettivo è far accrescere la competitività utilizzando le tecnologie digitali, erogando servizi innovativi ed efficaci, soprattutto in un’ottica di mercato e nella vendita on line. Stiamo già presentando alcuni progetti che a breve coinvolgeranno le imprese del Commercio e del Turismo».

Commercio

In trincea

Le attività commerciali attendono sostegni concreti per poter ripartire dopo un anno terribile come è stato il 2020, a causa del Covid

La perdita

Nelle Marche il Terziario ha perso 4 miliardi e 700 milioni di euro e di questi 950 milioni di euro sono le perdite del mondo della ristorazione. Nella nostra regione il Pil è crollato del 12% e abbiamo perso, 50mila occupati di cui ben 35mila nella ristorazione

Lo strumento

Confcommercio Marche ha predisposto, in sinergia con la Regione e con il proprio Confidi Uni.Co., uno strumento importante di finanziamento che garantisce 10mila euro a tasso zero

«Basta ristori generici, servono azioni mirate»

di Simone Arminio

Dario Domenichini presidente Confesercenti Emilia Romagna: «Accesso al credito e una moratoria delle imposte, così ci salveremo»

«Abbiamo affrontato una situazione che nessuno si sarebbe mai aspettato, in un periodo storico in cui il commercio al dettaglio stava già affrontando una delle sue più pesanti trasformazioni».

La verità è semplice, e Dario Domenichini, reggiano, 61 anni, presidente di Confesercenti Emilia Romagna, preferisce centrarla subito, per meglio affrontare un bilancio sul 2020 e un piano, si spera efficace, per l’anno appena iniziato. Domenichini, dunque ha ragione chi dice che ogni crisi è un acceleratore di processi già in atto.
«Sì. Penso all’innovazione tecnologica, alla crisi dei piccoli negozi, al cambio delle abitudini di acquisto. Processi in atto da tempo che la pandemia ha reso molto più frenetici».
Chi ne ha fatto le spese?
«In primo luogo le tante, troppe attività che in questi mesi hanno chiuso i battenti nei nostri centri storici. Ci sono, ovvio, settori che hanno sofferto di più e settori che hanno retto meglio l’urto. Ma il saldo è comunque negativo».
Bicchiere mezzo pieno: chi ha resistito, o addirittura è cresciuto?
«Penso all’arredo, che ha avuto un buono sprint. O alla biancheria per la casa. Se ci pensa è comprensibile: ci siamo fermati tutti, abbiamo smesso di viaggiare e siamo rimasti in casa, e a quel punto ne abbiamo approfittato per investire i soldi risparmiati in piccole e grandi migliorie. Lo si evince anche dagli incrementi del settore ferramenta, che pure è fiaccato da anni di concorrenza spietata delle grandi catene internazionali».
L’abbigliamento?
«Ha festeggiato solo quello di fascia alta, perché chi ne ha la possibilità si è tolto qualche sfizio, o ha acquistato nella propria città i capi che di solito acquistava all’estero o nei grandi centri. Ma il resto del settore è stato un disastro».
Cali verticali?
«Registriamo perdite che vanno dal 50% all’80% del fatturato. Molto dipende dal fatto che, tra lo smart working e il venire meno di tutte le occasioni sociali, abbiamo sentito meno la necessità di vestire bene o rinnovare il nostro armadio. In ogni caso le variabili sono tantissime e questa è la ragione per cui la politica degli aiuti finora non ha centrato il segno».
I ristori sono stati inutili?
«Sono stati generalizzati, e invece come diciamo da tempo dedono essere tarati sui singoli fatturati. Assurdo ristorare un settore quando, è il caso dell’abbigliamento ma anche di molti altri, nello stesso ambito c’è chi ha perso tutto e chi invece ha retto o addirittura guadagato. È una delle tante storture».
Ce ne dica un’altra.
«Tutto il sistema della colorazione delle zone, così frastagliata e cangiante, non fa altro che creare confusione».
Il governo dice di farlo per evitare un lockdown generalizzato.
«E ciò è un bene, ma ci sono interi settori che non hanno la possibilità di aprire o chiudere dall’oggi al domani. Pensi ai ristoranti che devono fare la spesa, o che l’avevano appena fatta e devono chiudere, pensi a chi vende prodotti deperibili o che necessitano di tempi lunghi di preparazione e consegna. Per loro avere la possibilità di riaprire dall’oggi al domani, più che un aiuto è una beffa, e crea ulteriori danni».
Voi che aiuti vorreste?
«Una moratoria fiscale, magari, perché nel frattempo tutti noi continiuamo a ricevere cartelle esattoriali nonostante l’inattività. O una seria politica del credito. Che, badi, bene, non è come l’ultima sbandierata dal governo ».
Non ha funzionato?
«Non si è tradotto in un vero accesso semplificato. I motivi ci sfuggono. Le banche danno la colpa allo Stato, lo Stato dà la colpa alle banche… per il commerciante il risultato non cambia ».
Nessuno dei vostri iscritti ha sfruttato internet?
«Sì, molti, e molti di noi hanno in realtà continuato a vendere anche grazie alle piattaforme come Amazon o eBay. Ma in generale, e nonostante ciò, quella delle vendite online resta una guerra ìmpari. Il grosso del nostro mercato si muove ancora nelle città».
Parliamo di città, allora. Chi ha sofferto di più?
«Le città turistiche come Bologna o Parma, più della Riviera romagnola che qualcosa – purtroppo troppo poco – è riuscita a fare in estate. In generale il calo per i negozianti si è sentito di più in quei luoghi in cui il commercio ha sempre approfittato del traino di altre attività, siano esse turistiche, culturali o professionali ».
Chi ci salverà?
«Il vaccino, indubbiamente. È l’unica possibilità».
Lei ci spera?
«Più che altro, come molti colleghi ho una certezza. Un altro anno come il 2020 il nostro settore non è assolutamente in grado di sopportarlo».
Eppure qualcuno ha riaperto.
«Pensi a chi invece non ha riaperto mai, e in certi casi prima di essere chiuso per decreto era stato obbligato a investire in sicurezza. Come le palestre. Un comportamento inaccettabile».
Il Cashback come lo vede?
«È un’iniziativa positiva, perché riecquilibra un poco la disparità con gli acquisti online. E sarebbe positiva anche al lotteria degli scontrini, se non fosse per l’obbligo di cambiare registratori di cassa».
I costi sono alti?
«In questo momento lo Stato sta chiedendo a imprese chiuse da tempo o moribonde di investire 400 euro per cambiae un registratore che li aveva obbligati a cambiare lo scorso anno. Faccia lei».

Commercio

Impegno

«Abbiamo affrontato una situazione che nessuno si sarebbe mai aspettato, in un periodo in cui il commercio al dettaglio stava già affrontando una delle sue più pesanti trasformazioni»

Abbigliamento

«Nell’abbigliamento ha festeggiato solo quello di fascia alta, perché chi ne ha la possibilità si è tolto qualche sfizio, o ha acquistato nella propria città i capi che di solito acquistava all’estero o nei grandi centri. Ma il resto del settore è stato un disastro»

Arredo

«L’arredo ha avuto un buono sprint. E anche la biancheria per la casa. E’ comprensibile: ci siamo fermati tutti, abbiamo smesso di viaggiare e siamo rimasti in casa, e abbiamo investito i soldi risparmiati in piccole e grandi migliorie»

«Il clima di incertezza blocca gli investimenti»

di Marco Principini

Confesercenti Marche, il direttore Borgiani: le attività devono riaprire, servono programmi di sostegno per la crescita della spesa interna

Roberto Borgiani, direttore di Confesercenti Marche, traccia un bilancio del 2020 e analizza le prospettive per il nuovo anno: dall’analisi dell’emergenza, agli spunti per ripartire.

«Il bilancio del 2020 è, purtroppo e inevitabilmente, negativo – sottolinea il direttore –: quello appena terminato è stato un anno terribile per le conseguenze della grave crisi sanitaria che ha colpito tutti col suo tragico carico di morti e che ha influito ed influisce pesantemente su alcuni settori economici: il commercio, il turismo ed i servizi sono ancora in sofferenza. In più, abbiamo pagato e paghiamo un diffuso clima di incertezza che blocca gli investimenti, il rilancio e la ripartenza. Imprenditori e lavoratori dei diversi settori sono allo sfinimento. Tanto che, se non è giustificabile, è almeno comprensibile la rabbia che questa situazione sta creando. In questi ultimi mesi, numerosi sono stati i decreti, i provvedimenti, le limitazioni ai quali gli operatori hanno cercato di adeguarsi al meglio, e sono riusciti a farlo, per la stragrande maggioranza, in maniera puntuale e rigorosa, affrontando costi non indifferenti a fronte di entrate economiche che si sono invece fortemente ridotte, se non azzerate».
«In questa situazione, i ristori e gli ammortizzatori sociali sono stati soltanto un palliativo per quanto apprezzabile – prosegue Borgiani –. E, comunque, ristori ed ammortizzatori sono strumenti temporanei, con i quali non si può continuare a lungo, occorre tornare a lavorare, per quanto in sicurezza, al più presto ».
Un quadro preciso che guarda al futuro con alcune consapevolezze.
«In tal senso, i protocolli anti-Covid predisposti fra marzo ed aprile ci sembrano una buona base di partenza per riaprire le nostre attività – sottolinea Borgiani –. Va detto che, se nonostante tutte le misure di prevenzione adottate dagli operatori e le chiusure di negozi, bar e ristoranti, i contagi continuano ad esserci e anche a crescere, vuol dire che il problema non è in quegli ambienti, ma va ricercato altrove».
«Le prospettive per il 2021 sono ancora caratterizzate dall’incertezza – puntualizza –: tra gli operatori commerciali c’è la preoccupazione e la consapevolezza che riaprire sarà difficile, ma c’è anche la grande speranza di poter contare sui vaccini, la cui campagna di somministrazione deve procedere senza indugi».
Salute e lavoro, dunque. «È necessario che le categorie possano tornare al loro lavoro e possano riaprire, contando su programmi di sostegno per la crescita della spesa interna compressa dalla crisi sanitaria – analizza il direttore di Confesercenti –. Nell’individuazione di queste misure di sostegno, particolare riguardo andrà riservato alle attività operanti nei centri storici e a quelle dei piccoli Comuni delle zone interne, che hanno pagato a caro prezzo le limitazioni legate agli spostamenti tra Comuni, non potendo più contare sull’abituale bacino di clienti. Sappiamo bene che, se si spegne il piccolo commercio, si spengono anche le nostre città, con conseguenze pesanti non soltanto in termini economici, ma anche da un punto di vista sociale: i centri commerciali naturali, i negozi dei piccoli Comuni e anche quelli dei quartieri, non rappresentano soltanto un servizio fondamentale, ma anche un fondamentale presidio di sicurezza».
«Un altro settore sul quale sarà necessario intervenire in maniera adeguata è il turismo – continua –: occorre salvare la prossima stagione, almeno sul mercato italiano, fin dalla prossima Pasqua. La destinazione Marche potrà essere particolarmente allettante sul mercato turistico interno per le qualità che può offrire in termini di sicurezza, prossimità e completezza e il turismo di tipo esperienziale, famigliare, culturale potrà trovare da noi ampia soddisfazione».
«In questo quadro così complesso – conclude Borgiani –, le nostre istituzioni debbono fare un grande sforzo di comprensione e di sostegno: a livello nazionale occorre perfezionare le misure in corso e aprire spazi sempre più importanti all’innovazione, allo sviluppo, alla crescita ed al sostegno dell’impresa. A livello regionale, la novità della Giunta Acquaroli dovrà dimostrarsi in grado di dare al nostro territorio la svolta che i cittadini marchigiani le hanno richiesto, affidandole un ampio mandato ».

Commercio

In attesa

La ristorazione attende di ripartire a pieno regime, mettendo in atto i protocolli sicurezza e con regole certe (a sinistra, Sara Ambrosio di Amarcord ad Ancona

Destinazione Marche

Secondo Confesercenti occorre salvare la prossima stagione, almeno sul mercato italiano, fin da Pasqua. La destinazione Marche potrà essere particolarmente allettante sul mercato turistico interno per sicurezza, prossimità e completezza

La prospettiva

«L’arredo ha avuto un buono sprint. E anche la biancheria per la casa. E’ comprensibile: ci siamo fermati tutti, abbiamo smesso di viaggiare e siamo rimasti in casa, e abbiamo investito i soldi risparmiati in piccole e grandi migliorie»

«Vanno valorizzate le alleanza di filiera»

di Francesco Moroni

Legacoop Emilia-Romagna, il presidente Monti: sono anni complicati, ma il nostro settore ha una forte capacità di resilienza

«Sono anni molto complicati, ma la cooperazione ha una forte capacità di resilienza».
Giovanni Monti, ravennate, al secondo mandato da presidente di Legacoop Emilia-Romagna, si è trovato ad affrontare situazioni difficili: prima la lunga crisi globale iniziata nel 2007, che ha colpito soprattutto il comparto delle costruzioni. Poi, quando l’Emilia- Romagna aveva imboccato con decisione la strada della crescita collocandosi ai primi posti a livello nazionale, le emergenze causate dal diffondersi del Coronavirus sin dai primi mesi del 2020, hanno dato un brutto colpo all’economia.
Monti, la cooperazione come si articola e perché è così fondamentale?
«È la strada giusta, sia perché ci sono meccanismi di solidarietà tra le cooperative che consentono di attenuare l’impatto sui soci e sui lavoratori, sia perché nel corso di generazioni si sono costruiti patrimoni importanti erodendo i quali si è riusciti a tenere in piedi le imprese anche nei momenti più difficili. E non è mancata la capacità di proiettarsi verso il futuro, individuare mercati nuovi, evolvendoci in un’ottica di sostenibilità sociale e ambientale».
Dove sta colpendo maggiormente la crisi provocata dalla diffusione del Covid-19?
«Premetto che i danni causati da questa situazione vanno valutati nel loro insieme».
Nello specifico di cosa si può parlare?
«La chiusura di piccoli negozi e di attività artigiane, di bar, circoli e luoghi di ristoro, la didattica a distanza, le attività sportive e di spettacolo, la mancanza di eventi pubblici costituiscono un impoverimento del tessuto economico, della cultura, della coesione sociale che ha effetti negativi su tutti, anche su chi non è impegnato in quelle attività».
Cosa si deve temere maggiormente?
«La nostra preoccupazione va oltre la situazione delle singole cooperative. Quello che serve, anche attraverso l’utilizzo delle risorse del New Generation EU, è muoversi all’interno di un quadro generale che tenga conto di tutti i fattori in gioco».
E per quanto riguarda le cooperative?
«I settori che soffrono di più sono alcuni dei servizi, dalla ristorazione collettiva al trasporto persone, e quelli legati alla cultura, al turismo, agli spettacoli, agli eventi: questi ultimi hanno visto pressoché azzerate le loro attività».
Poi?
«Ovviamente non siamo stati colpiti solo noi, ma tutte le imprese che operano in quei settori. Ci tengo a sottolineare che in questi mesi tragici e durissimi la cooperazione ha dato un forte contributo alla tenuta del tessuto sociale».
In che modo?
«Le cooperative hanno assicurato la sanificazione di tanti ospedali e di molte strutture pubbliche e private; hanno prodotto e portato pasti; hanno garantito l’assistenza agli anziani, alle persone fragili, ai disabili, ai più piccoli».
Che altro?
«La logistica ha assicurato il flusso continuo di merci; il comparto agroalimentare, dai campi alle industrie di trasformazione, ha continuato a garantire piena disponibilità di alimenti e così ha fatto la grande distribuzione con i presidi di Coop e Conad. Lo si è fatto garantendo il massimo possibile di qualità e sicurezza per i soci, per i lavoratori e per gli utenti. Senza contare le erogazioni fatte verso presidi ospedalieri o di ricerca e per le associazioni che offrono assistenza alle persone più povere».
E per il futuro quale sono le priorità?
«Vanno valorizzate le alleanze di filiera per dare risposte vincenti a bisogni sociali complessi».
In quale maniera?
«Le società odierne sono destinate a regredire se non si valutano gli impatti sociali e ambientali di ciò che si fa e che si produce: il ricorrere sempre più frequente di crisi di varia natura sta a dimostrarlo. Occorre che ogni persona e ogni impresa – conclude il presidente di Legacoop Emilia-Romagna – adottino una visione d’insieme in linea con gli obiettivi dell’Onu e dell’Europa sulla sostenibilità. Il momento che stiamo vivendo è difficile, ma al tempo stesso ci sfida a costruire un futuro più sicuro per tutte e per tutti»

Cooperative

In prima linea

«In questi mesi tragici la cooperazione ha contribuito alla tenuta del tessuto sociale»

La priorità

«Serve una visione in linea con gli obiettivi di Europa e Onu sulla sostenibilità»

«Le occasioni di impresa e sviluppo ci sono»

di Giuseppe Catapano

Confcooperative Emilia Romagna, il presidente Milza: i bisogni dei consumatori sono esplosi, vanno intercettate le nuove esigenze

Socio e amministratore delegato della cooperativa di servizi logistici San Martino di Piacenza, che dà lavoro a oltre 1.700 persone, Francesco Milza ha cominciato la scorsa estate il suo secondo mandato pieno alla presidenza di Confcooperative Emilia Romagna, organizzazione che riunisce oltre 1.500 cooperative con 230mila soci e 86mila occupati.

Milza, quali sfide per voi quest’anno?
«La sfida rimane sempre la stessa: rispondere alle necessità dei territori con un modello di impresa inclusivo e democratico. Siamo in un’epoca in cui i bisogni sono esplosi, a partire dal livello sanitario. La cooperazione deve farsi trovare pronta e fornire le risposte adeguate, intercettando quelle nuove esigenze che possono trasformarsi in occasione di impresa e di sviluppo».
In quali comparti la pandemia ha generato le conseguenze più pesanti?
«Cultura, turismo e sport sono i settori più penalizzati da chiusure e restrizioni. Anche la cooperazione sociale ha registrato gravi ripercussioni per la sospensione dei servizi educativi e dei centri diurni, così come per le difficoltà registrate nelle strutture per anziani. Persistono criticità anche per le cooperative attive nei trasporti, per quelle operanti nella ristorazione collettiva e nella filiera agroalimentare che rifornisce bar, ristoranti e hotel. In linea generale, hanno tenuto maggiormente le cooperative più strutturate e patrimonializzate, e questo credo debba fare riflettere sull’importanza di fare massa critica anche attraverso strumenti consortili».
Ristori e indennizzi sono stati sufficienti?
«Non basteranno mai a coprire gli enormi danni causati da chiusure e restrizioni, perché oltre al danno economico c’è anche quello sulla prospettiva futura delle imprese. È arrivato il momento di pensare anche a come fare ripartire l’economia, come riqualificare i lavoratori che rimangono senza occupazione, come sostenere l’accesso al credito. Gli interventi emergenziali per tamponare le falle sono sacrosanti, ma a un anno dall’avvio della pandemia serve un piano di rilancio e mi auguro che le risposte possano arrivare anche dal Recovery Plan».
Dopo la crisi del 2008/2009 si è considerata la cooperazione come una risposta alla crisi stessa. Può esserlo anche oggi, in tempo di pandemia?
«Sì, perché oggi ancora più di ieri si sente l’esigenza di uno sviluppo economico sostenibile e inclusivo, che non lasci indietro nessuno».
Può aiutare anche il modello emiliano-romagnolo impostato sulla condivisione e che trova espressione nel Patto per il lavoro e per il clima?
«Credo che il Patto per il lavoro rappresenti bene la volontà della Regione di portare avanti iniziative frutto di un ampio confronto con tutti i soggetti economici. Proprio in questi giorni ne vediamo un esempio: il primo atto concreto del nuovo Patto è l’accordo per 250mila tamponi rapidi da effettuare all’interno delle aziende».
Le priorità per l’Emilia Romagna: quest’anno gli sforzi vanno concentrati nella salvaguardia di imprese e posti di lavoro, oppure non bisogna perdere di vista gli investimenti per la crescita?
«Se dimentichiamo gli investimenti per la crescita e le politiche attive del lavoro, non c’è salvaguardia dell’occupazione che tenga. Ristori, indennizzi, cassa integrazione, blocco dei licenziamenti sono tutti interventi opportuni in una fase di emergenza, ma occorre rimettere in moto l’economia perché non sarà l’assistenzialismo di Stato a salvare le nostre imprese, nonostante qualcuno pensi che il ritorno a un’economia fortemente statalizzata possa essere ancora una ricetta spendibile».

Cooperative

Digitalizzazione

Digitalizzazione, riqualificazione delle competenze, ricambio generazionale, politiche di aggregazione e maggiore coordinamento dei territori sono alcune delle direttrici sulle quali Confcooperative si sta muovendo

Patto per il lavoro

La Regione porta avanti iniziative frutto di un ampio confronto con tutti i soggetti economici. Il primo atto concreto del nuovo Patto è l’accordo per 250mila tamponi rapidi da effettuare all’interno delle aziende

«Gli italiani si sono rifugiati nel buon cibo»

di Simone Arminio

Bertinelli, presidente Coldiretti Emilia Romagna: «Vendite boom dei prodotti più sani durante la pandemia. Non perdiamo questa spinta»

Se c’è un settore per cui l’anno che si è appena concluso, nonostante la pandemia ha visto più luci che ombre, è proprio quello della produzione agricola.
«Abbiamo visto crescere tutte le nostre filiere – spiega il presidente di Coldiretti Emilia-Romagna, Nicola Bertinelli –, e questo ci ha permesso di finalmente di dimostrare alcune cose che come categoria diciamo da tempo».
Bertinelli, a cosa si riferisce?
«L’anno che si è chiuso, praticamente ha visto venire meno la ristorazione e ha visto crescere a dismisura i pasti in casa. Per noi si è tradotto in un boom di richieste di prodotti italiani, legati al territorio di produzione, salutari».
Questo cosa dimostra?
«In primo luogo che in un momento di difficoltà si cerca conforto nel mangiar sano. In secondo luogo che forse la stessa attenzione, in tempi normali, non arriva dalla ristorazione».
Faccia un esempio.
«Il Parmigiano Reggiano, con un +5% in Italia e un +12% all’estero. Ora se la ristorazione avesse sempre propeso per il Parmigiano, di fronte alla chiusura dei ristoranti non avremmo avuto questi record, non crede? » Altri settori di traino?
«Il pomodoro italiano, la cui filiera per la prima volta nella storia ha esaurito tutte le scorte di magazzino. E ottimi risultati ha raggiunto anche l’olio extravergine».
E la pasta?
«Sono cresciute molto le vendite, ma per noi sono poche gioie, visto che importiamo il 65% del fabbisogno nazionale di grano tenero, il 40% del mais, il 50% del mais…»
Cosa ci insegnano questi dati?
«Quando usciremo da questa crisi dovremo, forti di questi numeri, pretendere che la ristorazione creda e punti di più sulla produzione locale, così tanto premiata dai consumatori, e che il nostro Paese diventi più autosufficiente di quanto non sia oggi nella produzione di cereali ».
Nei risultati delle filiere ha aiutato anche il clima.
«Indubbiamente. Sui pomodori la produttività è passata da 70 a 74 tonnellate a ettaro. Per il distretto del nord, che comprende tutta l’Emilia Romagna e parte di Veneto e Lombardia parliamo di 2,74 milioni di tonnellate di pomodori».
Cosa manca?
«Il salto di qualità arriverà se saremo capaci di dare seguito alla legge che stabilisce la nascita dei distretti agricoli. Ragionare in termini di distretto, per il pomodoro, vorrebbe dire unire produttori, trasformatori, distributori, ricercatori, amministratori e rivenditori in un unico settore in grado di spingere l’acceleratore dell’innovazione».
Non si tratta di etichette virtuali?
«Penso a un’etichetta concreta, invece, un marchio che renda riconoscibile anche graficamente il nostro distretto del pomodoro, che i consumatori hanno dimostrato di apprezzare così tanto in questi mesi».
Alla ricerca cosa chiede?
«Di aiutarci a fare a meno degli agrofarmaci, di capire con i nostri produttori come ridurre l’uso di acqua».
E alle istituzioni?
«Costruire con noi contratti di lavoro che aumentino i diritti ed escludano il lavoro nero».
Lei diceva che siamo scarsi nella produzione di cereali. Ma come si inverte la rotta?
«In questo senso il Recovery Plan è grande opportunità. Potrebbe infatti consentirci di progettare e realizzare dei bacini di accumulo di acqua che ci consentano di captare maggiore acqua piovana. Consideri che oggi siamo fermi al 10%. Il che vuol dire che il 90% della risorsa scivola via».
Ma dove produrre questo grano?
«Penso alle zone collinari della nostra regione, che vivono un drammatico e costante spopolamento. Instaurare lì una produzione cerealicola ha come unico impedimento il reperimento di risorse idriche, e in questo la progettazione pubblica può fare moltissimo. Il resto lo farebbe la domanda che in Italia è così alta da dover ricorrere in gran parte all’estero. I vantaggi che ne verrebbero per il nostro territorio sarebbero enormi, e al contempo anche la produzione di pasta tornerebbe a essere in tutto e per tutto un gioiello del Made in Italy, anche sul fronte delle materie prime».
La priorità regionale non era il turismo?
«E lei per cosa pensa che vengano i turisti in Italia. Per le bellezze artistiche e paesaggistiche, certo. Ma i dati ci dicono che nella scelta del nostro paese e delle zone da visitare pesa molto e sempre di più l’enogastronomia. Come vede tutto si tiene».

Agricoltura

Puntiamo sui distretti

«Un distretto del pomodoro aiuterebbe a non disperdere i risultati ottenuti»

Il Recovery Plan

«Usiamolo per investire sulla raccolta idrica pluviale»

«Imprenditori agricoli, veri eroi del cibo»

di Francesco Moroni

Coldiretti Marche, il direttore Frau: hanno cambiato pelle per garantire gli approvvigionamenti ai consumatori in tutto il Paese

«Veniamo da un anno difficilissimo che avrà ripercussioni, ma Coldiretti Marche ha fatto la differenza e continuerà a farla. L’anno appena iniziato dovrebbe essere l’anno della ripresa e della rinascita, ma con il 2020 si dovrà continuare a fare i conti».

Lo sa bene Alberto Frau, direttore regionale di Coldiretti Marche e della provinciale di Ancona.
«Sono arrivato ad Ancona – spiega – qualche giorno prima del lockdown, cosa che mi ha costretto a studiare nel profondo la regione e i suoi meccanismi in un lasso di tempo brevissimo per riuscire a mettere in campo tutte le azioni necessarie per tutelare i nostri soci e i nostri dipendenti. Lo ammetto: ho dovuto fare scelte coraggiose ma non mi sono tirato indietro, cosciente della grande forza e capillarità che Coldiretti ha sul territorio, che mi ha fatto da guida».
Come vi siete mossi?
«Non abbiamo mai chiuso gli uffici, lasciando sempre presidi attivi e rimanendo a disposizione dei soci per tutte le necessità che dovevano essere portate avanti. A tale proposito abbiamo elasticizzato la struttura in presenza e in smart-working a seconda delle esigenze. Ci siamo programmati di settimana in settimana. Ma il lavoro più grande è stato da una parte quello di leggere e tradurre in pratica le varie misure governative che interessavano le imprese agricole, spesso non chiare, dall’altra quella di intervenire pesantemente a livello governativo e regionale per far attivare ristori alle aziende. Il tutto si è tradotto in quasi 10 milioni di euro che abbiamo fatto arrivare nelle tasche dei nostri soci».
Poi?
«C’è stato un lavoro incredibile sulle consegne a domicilio dei prodotti di Campagna Amica, quasi 3mila a settimana. Straordinaria anche l’attività di solidarietà, avviata a livello nazionale e regionale, che ha permesso di portare cibo di alta qualità anche ai più bisognosi e ai terremotati della nostra regione».
Cosa si aspetta dal 2021?
«Molto dipenderà dai tempi di erogazione dei vaccini, ma credo che l’anno iniziato ricalcherà un po’ quello passato, anche se siamo tutti molto più preparati ad affrontare le emergenze. L’altalena dei colori e delle classificazioni regionali non aiuterà sicuramente alcuni settori, come quello vitivinicolo, che ha maggiormente pagato la chiusura del canale Ho.Re.Ca. insieme ad altri. Dobbiamo reinventarci perché parte dei cambiamenti che abbiamo messo in atto per salvaguardare le economie aziendali diventerà senza dubbio strutturale ».
Quali?
«Mi riferisco alle vendite a domicilio, online e similari. È arrivato il momento di staccarci ancora di più da un’agricoltura statica e passare a un livello ancora più smart».
Come hanno reagito le Marche alla pandemia?
«Le aziende agricole, trainate da un interesse divenuto ormai esponenziale dei consumatori per i prodotti a km zero, sono state encomiabili e hanno cambiato pelle per andare in contro ai consumatori. Sono stati veri e propri ‘Eroi del cibo’. Hanno garantito gli approvvigionamenti alimentari a tutto il Paese. Anche il forte interesse per le aree più isolate e interne, immerse nella natura e salubri, ha giocato un ruolo fondamentale per una regione come le Marche, ricca di paesaggi perfetti per trascorrere momenti di relax in sicurezza in questo periodo».
Se dovesse fare un bilancio dell’azione di Coldiretti?
«Molto positivo. Si è vista la vera forza di rappresentanza, la vera forza sociale, la vera e unica forza del Paese. Se non ci fosse stata Coldiretti stavolta l’agricoltura avrebbe pagato un prezzo altissimo. In parte sarebbe scomparsa».
Nuovi propositi, invece?
«Credo che si debba come prima cosa affiancare i ristori ad azioni di programmazione futura, creando la base per la ripartenza di tutti i settori: viviamo di lavoro e non di sussidi. Credo anche sia arrivato il momento di investire ancora di più per lanciare il settore nel prossimo ventennio. Pensare solo all’oggi ucciderebbe qualsiasi comparto. Ci sono le filiere da fortificare e ne vanno create di nuove, come stiamo facendo da tempo, in modo da garantire un reddito sicuro per i nostri agricoltori. E c’è tutta la nuova politica comunitaria che andrà scaricata a terra in modo intelligente e non a caso».
Come vede le Marche nella ripresa?
«Molto bene. I marchigiani hanno il giusto carattere per andare avanti a testa bassa e a me piace molto questo atteggiamento. Sono grandi lavoratori e persone con inventiva. Dovremo migliorare e rafforzare al massimo il coordinamento con i vari settori della politica, alla quale chiediamo progetti precisi di crescita. Adesso o mai più».

Agricoltura

In prima fila

Quasi tremila prodotti consegnati a settimana grazie all’attività di Campagna Amica in tutto il territorio nazionale

Uffici mai chiusi

Coldiretti ha elasticizzato la struttura in presenza e in smart-working a seconda delle esigenze. Ma il lavoro più grande è stato da una parte quello di leggere e tradurre in pratica le varie misure governative, dall’altra quella di intervenire pesantemente per far attivare ristori alle aziende

Gli obiettivi

«Ci sono le filiere da fortificare – spiega Coldiretti – e ne vanno create di nuove, come stiamo facendo da tempo, in modo da garantire un reddito sicuro per i nostri agricoltori. E c’è tutta la nuova politica comunitaria che andrà scaricata a terra in modo intelligente e non a caso»

«Servono risorse per diventare più ‘verdi’»

di Marco Principini

Cristiano Fini, presidente di Cia Emilia Romagna: «Sì alla sostenibilità ambientale, ma solo se si aiutano le aziende a trasformarsi»

Sarà fondamentale il contributo che il sistema agroalimentare emiliano romagnolo saprà dare alla discussione nazionale ed europea per l’impiego delle prime risorse europee del Next Generation Ue durante il primo anno di transizione verso la nuova Politica agricola e che entrerà in vigore dal 2023. È l’opinione di Cristiano Fini, presidente di Cia – Agricoltori Italiani dell’Emilia Romagna sullo strumento per avviare la ripresa economica approvato assieme al bilancio a lungo termine dell’Unione europea. Fini ritiene infatti che occorra proseguire il percorso unitario tra Regione e rappresentanze di settore per essere più forti e coesi sui tavoli nazionali.
«Le nostre produzioni d’eccellenza, a partire dal Parmigiano Reggiano, ma anche vini, ortofrutta, salumi e cereali, non devono essere penalizzate dalla sostenibilità ambientale dell’agricoltura – ragiona Fini – al contrario i produttori devono avere le risorse e gli strumenti necessari per affrontare questa grande sfida, perché l’Emilia Romagna è la culla dell’agroalimentare nazionale ed europeo.
Il passaggio verso la nuova Politica agricola comunitaria cosa comporterà per le imprese agricole?
«Il 2021 sarà decisivo per l’agroalimentare europeo ed italiano dove l’Emilia Romagna è uno dei principali attori in termini produttivi. Sarà un anno determinante per l’impiego delle prime risorse europee del Next Generation Eu durante i mesi di transizione verso la nuova Pac che entrerà in vigore dal 2023, ma lo sarà ancor di più perché delineerà le regole fino al 2027».
Quanto è possibile incidere sulle decisioni e i provvedimenti comunitari?
«Cia Agricoltori Italiani ha, fino ad oggi, dibattuto parecchio in sede europea per dare un futuro migliore alle aziende agricole italiane, vincendo qualche battaglia e perdendone, purtroppo, poche altre. Abbiamo, insieme ad altri, limitato la riduzione del budget sulla nuova programmazione, richiesto ed ottenuto la possibilità di poter utilizzare le risorse del Next Generation Eu già da quest’anno ed evitato che il Green Deal europeo e la nuova Pac finissero nelle mani delle potenti lobby ambientaliste ».
Cioè?
«Gruppi ambientalisti vorrebbero trasformare le campagne in giardini senza tener conto della sopravvivenza e lo sviluppo delle aziende agricole. Ora però è giunto il momento di giocare all’attacco, perché sentiamo il bisogno di scrivere una nuova pagina dell’agricoltura italiana, accettando la sfida della transazione ecologica a determinate condizioni, e perché abbiamo il dovere di impiegare al meglio le risorse che arriveranno attraverso il Recovery Fund e la Pac, evitando sprechi ed introducendo criteri di equità».
Produrre con criteri di qualità e salubrità implica sforzi economici.
«Sì. La sostenibilità ambientale dell’agricoltura regge solo ed esclusivamente se è soddisfatta quella economica e sociale delle imprese agricole, altrimenti saremo costretti ad aumentare l’importazione di materie prime provenienti da altri paesi che hanno standard qualitativi e sanitari largamente inferiori ai nostri. Per questa ragione le aziende agricole accettano la sfida verso la transazione ecologica, a patto che si mantengano livelli produttivi accettabili e prezzi remunerativi delle produzioni».
Cosa serve ai produttori, quindi?
«Strumenti e mezzi tecnici adeguati ai cambiamenti climatici che solo la ricerca può fornire, formazione e consulenza per qualificare al meglio le professionalità dell’imprenditore agricolo, risorse mirate allo sviluppo dell’azienda e rendere consapevole il consumatore del costo economico e sociale che può avere un’agricoltura più Green».
Recovery Fund e strategie del Green Deal saranno in grado di dare una sferzata al primario nazionale e regionale?
«Me lo auguro perché devono essere le leve attraverso le quali far crescere l’agroalimentare. I capisaldi dovranno essere l’equità, eliminando le rendite di posizione (titoli storici) e diminuendo il divario competitivo tra le aree svantaggiate ed il restante mondo rurale. Poi occorre abbassare il livello della burocrazia, eliminando i passaggi inutili e semplificando attraverso l’utilizzo del digitale. Servono infine interventi sulle infrastrutture (irrigazione e piattaforme digitali), innovazione nelle campagne per rendere più sostenibile l’agricoltura dal punto di vista ambientale ed economico».

Agricoltura

Attenti agli sprechi

«Bisogna impiegare al meglio le risorse che arriveranno con Pac e Recovery Fund»

Richiesta

«Vanno mantenuti livelli produttivi accettabili e prezzi remunerativi»

«Il 2021 sarà in salita, aiutiamo le aziende»

di Marco Principini

Cia Marche, la presidente Gattari: i ristori ci sono stati, ma non adeguati. Vanno snellite le procedure per scrivere il nuovo Psr

Mirella Gattari, presidente di Cia Marche, il 2020 è stato un anno funestato dalla pandemia: come ha reagito l’agricoltura regionale alle difficoltà?
«La resilienza insita nel Dna degli agricoltori ci ha dato la forza per affrontare molteplici e gravose problematiche. Alcuni settori hanno sofferto moltissimo e continuano a soffrire a causa delle restrizioni imposte dai vari Dpcm. Hanno rappresentato un’aggravante le grandinate che in alcune zone hanno distrutto anche i vitigni e gli alberi da frutto, così come la proliferazione degli ungulati visto che era stata interrotta anche la selezione».

Quale è stato l’andamento dei diversi comparti?
«In ordine cronologico i primi a soffrire, e molto, sono stati i pastori e il florovivaismo che nel periodo pasquale concentrano i loro incassi maggiori. Poi gli agriturismi che hanno potuto godere solo di una boccata di ossigeno durante l’estate, in quanto le nostre strutture ricettive garantiscono un distanziamento naturale dettato dalle precauzioni e dallo stesso contatto con la natura: questo, però, non ha compensato le perdite soprattutto a causa della seconda ondata. Un capitolo a parte è necessario dedicarlo al settore vitivinicolo, le nostre cantine medio-piccole producono vini di alta e altissima qualità che generalmente si consumano nei ristoranti e agriturismi: solo chi ha potuto contare nella Gdo ha limitato i danni, gli altri hanno giacenze enormi nelle cantine e conti in profondo rosso. I settori ortofrutticolo e cerealicolo hanno invece tenuto bene».
C’è stata sufficiente attenzione alle esigenze del mondo agricolo, in primis da parte del governo, in questa fase?
«I ristori ci sono stati, ma inadeguati ai danni economici che la pandemia ha causato. Alcuni settori non hanno visto neanche quelli, prendiamo i birrifici agricoli o artigianali, realtà preziose anche se di nicchia, che non hanno ricevuto alcun ristoro e i loro incassi si sono ridotti anche dell’80%. Basta considerare la chiusura di pub e birrerie e la cancellazione di ogni festa o sagra, luoghi dove in genere si genera il loro reddito».
La Cia come ha supportato le aziende associate?
«Abbiamo raccolto le esigenze e le abbiamo trasferite all’amministrazione regionale e nazionale chiedendo e ottenendo nella prima ondata un supporto per gli agricoltori. I nostri allevatori hanno ottenuto un’erogazione ulteriore per ogni capo in stalla, sia bovini che ovini, in aggiunta ai decreti nazionali; lo stesso i florovivaisti, è stata poi ottenuta una deroga per gli agriturismi per la consegna a domicilio del cibo. Abbiamo messo in piedi campagne informative sulla necessità del consumo italiano, locale e magari con acquisti diretti, possibile anche con la consegna a domicilio».
In molti settori ora si prevedono chiusure di imprese e perdita di posti di lavoro. Anche l’agricoltura sarà coinvolta?
«Il 2021 sarà un anno in salita e con le nuove regole bancarie il disagio sarà maggiore. Purtroppo gli enormi problemi economici e finanziari, se hanno pesato su aziende con buoni flussi di liquidità, di certo stanno strozzando chi, a causa della volatilità del mercato, aveva già qualche problema. Il rischio che anche aziende agricole possano chiudere è alto e concreto, e crescerà ancor più se non usciamo dalla crisi sanitaria».
Le Marche erano già reduci da un’emergenza, quella legata al terremoto. Un’emergenza dalla quale la regione era uscita oppure c’è ancora del lavoro da fare?
«La strada è tutta in salita nonostante siano già trascorsi oltre quattro anni, la ricostruzione vera in pratica non è iniziata anche se con la nomina del commissario Lignini c’è stato un cambio di passo. La pandemia non ha agevolato il processo».
Il 2020 è stato l’anno in cui si è insediato Acquaroli alla presidenza della Regione: quali sono le richieste della Cia e le priorità per l’agricoltura?
«Snellire tutte le procedure, soprattutto per scrivere il nuovo Psr, valorizzare le diverse agricolture esistenti sul territorio, dalle grandi produzioni come cereali, foraggicoltura, oleaginose, latte, carne, vini, il biologico, fiore all’occhiello della regione, oltre alle piccole produzioni di qualità, fondamentali per l’economia regionale».

Agricoltura

Il settore

Hanno rappresentato un’aggravante la grandine e l’azione degli ungulati che causa continui danni alle colture

Prodotti e territorio

Occorre sviluppare e valorizzare aggregazione e filiere per essere competitivi, agevolare la nascita di distretti biologici per valorizzare non solo i prodotti, ma anche il territorio in modo da continuare a essere all’avanguardia in Europa

Aree interne e montane

«È necessario – secondo Cia Marche – un ricambio generazionale con attenzione particolare alle aree interne e montane. Certezza delle regole e del diritto, insieme a velocità nelle procedure concertate, sono la vera soluzione. «Noi non ci arrendiamo e ce la faremo»

«Subito sgravi fiscali, tributari e contributivi»

di Marco Principini

Marcello Bonvicini, presidente di Confagricoltura Emilia Romagna: «Le aziende hanno bisogno di immediato supporto»

Ridare centralità e nuova linfa all’impresa attraverso un’attenta pianificazione delle risorse disponibili. Lo dice il presidente di Confagricoltura Emilia Romagna, Marcello Bonvicini, ricordando l’impegno profuso dagli imprenditori agricoli, in tempo di pandemia, nel garantire un elevato livello quali-quantitativo delle produzioni e nel mantenere inalterato il proprio organico.
Presidente Bonvicini, come contenere i danni dell’epidemia da Covid e ripartire?
«Le aziende hanno bisogno di immediato supporto: sgravi fiscali, tributari e contributivi. C’è chi ha messo mano al portafoglio per anticipare ai dipendenti il pagamento della cassa integrazione e chi si è inventato strategie di marketing. Ora serve concretezza e una puntuale programmazione degli aiuti – in primis Recovery Fund e PSR -, che dia valore a coloro che producono materie prime agricole, l’essenza dell’enogastronomia made in Italy».
Quali ostacoli rallentano la transizione verso un’agricoltura più competitiva?
«Coltivare significa adattarsi ai cambiamenti climatici, contrastare parassiti molto aggressivi come la cimice asiatica. Una sfida impossibile se l’Ue, in assenza di un’alternativa efficace, continua a bandire l’utilizzo degli strumenti indispensabili alla difesa delle colture. Il piano decennale ’Farm to Fork’ ci chiede infatti, entro il 2030, di ridurre del 50% gli agrofarmaci e del 20% i fertilizzanti. Confidiamo pertanto nel via libera europeo all’adozione di nuove tecniche di miglioramento genetico (non Ogm), che possano accelerare la ricerca applicata alle varietà vegetali, nonostante il parere sfavorevole espresso dalla Commissione agricoltura della Camera».
Quanto incide la difesa fitosanitaria sulla resa produttiva?
«Senza un’adeguata protezione della pianta, la perdita stimata è pari al 30-40% ma pero può superare anche l’85%. Poi la burocrazia va a rilento: lunga è stata la battaglia condotta da Confagricoltura per ottenere il ristoro dei danni causati dalla cimice nel 2019, dalle manifestazioni in piazza fino alla recente erogazione dei fondi. Si teme per la tenuta del sistema frutticolo regionale, che nel 2020 ha assorbito ben 4.4 milioni di giornate lavorative».
Confagricoltura sollecita da tempo anche la modifica della legge 102 sulle calamità.
«Occorre procedere con il tempestivo adeguamento della normativa nazionale a sostegno delle aziende colpite dalle avversità atmosferiche e con la riforma del sistema assicurativo agricolo perché inadeguato».
Pure i produttori di pomodoro da industria sono stati penalizzati dal caldo eccessivo…
«La maturazione in contemporanea delle bacche ha reso difficile il ritiro del prodotto in campo. Adesso stiamo lavorando al nuovo accordo quadro, per assicurare all’agricoltore una congrua remunerazione, partendo dalla programmazione delle superfici coltivate e dall’effettivo potenziale di trasformazione delle industrie».
La filiera suinicola è allo stremo, con la chiusura del canale Horeca, il tracollo del turismo e il blocco delle esportazioni di carne suina dalla Germania alla Cina che ha generato volumi di prodotto extra verso mercati di sbocco come l’Italia. Cosa bisogna fare per evitare il collasso?
«Le quotazioni dei suini da ingrasso sono colate a picco (1.20 euro/kg), malgrado ciò si chiede agli allevatori di investire sul benessere animale e sull’ambiente: uno sforzo impossibile. La copertura dei lagoni, a esempio, non deve essere una spesa a carico dell’imprenditore. L’Emilia-Romagna produce quasi il 15% dei capi commercializzati nel Paese e in 10 anni ha visto calare di oltre il 30% il numero degli allevamenti e del 60% quello delle scrofaie».
Meno brindisi, cene ed eventi hanno affossato il mercato del vino.
«Il 2020 si è chiuso con un fatturato medio decurtato del 60-70% per le piccole e medie aziende viticole o cantine – all’incirca 17.000 in regione – legate alla vendita nei ristoranti e wine bar. Rischiamo di perdere questo prezioso patrimonio vitivinicolo ».
Quali invece gli interventi a favore degli agriturismi?
«La Regione ha accolto la nostra richiesta. Attendiamo a breve l’uscita di un nuovo bando regionale a supporto delle 1.200 strutture agrituristiche».

Agricoltura

Appello

«Vanno programmati gli aiuti dando valore a chi produce materie prime»

Obiettivo

«Va data centralità all’impresa attraverso una pianificazione delle risorse»